martedì 29 settembre 2015

Il presidente della Catalogna imputato per il referendum simbolico sull'indipendenza

Due giorni dopo le elezioni regionali catalane, il presidente indipendentista della Catalogna, Artur Mas, è stato accusato di "disobbedienza civile" in merito all'organizzazione del referendum simbolico sull'indipendenza del 9 novembre 2014.

Mas dovrà comparire dinanzi ai giudici il 15 ottobre. Sul banco degli imputati ci saranno, oltre a Mas, anche l'ex vice presidente del governo regionale, Joana Ortega, e la consigliera regionale, Irene Rigau. La procura, che li accusa anche di usurpazione di funzioni, cattivo uso di di fondi pubblici e prevaricazione, sostiene che i tre non tennero conto delle risoluzioni della Corte costituzionale della Catalogna permettendo il voto. Alla votazione simbolica sull'indipendenza catalana avevano partecipato in 2.344.828 persone, con quasi 1,9 milioni a favore della secessione da Madrid.

Il capogruppo parlamentare di Convergencia, il partito di Mas, Pere Macias, ha parlato di una "persecuzione politica" delle istituzioni spagnole.  "Cercare di disarcionare chi ha vinto alle urne con questi metodi non dà l'immagine di una democrazia di qualità", ha affermato Macias.

 L'annuncio della convocazione di Mas a deporre come imputato arriva a due giorni dalle elezioni catalane di domenica, vinte dalle liste indipendentiste che hanno conquistato una maggioranza assoluta in seggi con il 47,8% dei voti.

Dopo la sentenza della Corte Costituzionale spagnola, che aveva vietato un referendum vincolante sull'indipendenza catalana, Mas aveva mantenuto la convocazione del voto ma con valore solo consultivo. Al voto, ha ricordato il capogruppo parlamentare di Convergencia,
Pere Macias, avevano partecipato il 9  novembre 2014 2,5 milioni di elettori catalani, su 5,5 milioni. Il risultato era stato ampiamente favorevole all'indipendenza. Macias ha detto che tutti i partecipanti al voto dovrebbero essere anche loro dichiarati imputati dalla giustizia spagnola.

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lunedì 28 settembre 2015

Vittoria è via all’indipendenza



A Junts per il Sí e alla sinistra indipendentista vanno 72 deputati, con la maggioranza assoluta del parlamento regionale fissata a 68. Stangata per il Partido Popular del premier Rajoy, solo 11 seggi. Nelle elezioni regionali di Catalogna i partiti indipendentisti hanno ottenuto una maggioranza assoluta in seggi, 72 sui 135 totali del parlamento, anche a fronte di un dato percentuale inferiore al 50% dei voti. A Junts Pel Sí e alla estrema sinistra indipendentista del Cup (Candidatura d’Unitat Popular) vanno rispettivamente il 39,54% e l'8,20% dei voti e 62 e 10 seggi. Così, i leader indipendentisti hanno potuto proclamare la vittoria.

«Abbiamo vinto», «Adios Spagna, senza rancore»

Artur Mas, presidente regionale uscente e destinato alla riconferma dopo la vittoria del suo Junts Pel Sí ha rivendicato la vittoria solo dopo tre quarti dello scrutino: «Abbiamo vinto!», ha esclamato in quattro lingue - catalano, spagnolo, francese e inglese - a fronte di circa duemila sostenitori radunatisi man mano, ma festosi fin dai primi exit poll. «Ha vinto il sì (all'indipendenza, ndr) e ha vinto la democrazia», ha proseguito Mas: «Ora chiediamo che gli altri accettino la vittoria della Catalogna e la vittoria del sì. Tutti quelli che negavano il carattere plebiscitario di queste elezioni, cosa diranno con più del 76% di partecipazione». L’esultanza è stata accolta scandendo gli slogan «In-de-pen-den-cia» e «Un solo popolo» e dallo sventolio di bandiere rosse, gialle e blu. Più secco Antonio Banos, leader dei secessionisti radicali del Cup, che ha twittato: «Dedicato allo Stato spagnolo. Senza rancore, adios!». Il Cup, rispetto a tre anni fa, ha più che raddoppiato i suoi voti e triplicato i suoi seggi: era al 3,48% e aveva 3 deputati.

Together for Yes (Pro independence) 1,620,697 39,54 % 62 MPs
Citizens (Unionists, Center)                 734,538 17,92 % 25 MPs
Socialist Party (Unionists, Left)           521.916 12,73 % 16 MPs
Catalonia, We Can (Self-determination) 366.274  8,94 % 11 MPs
People's Party (Unionists, Right)          348.350  8,50 % 11 MPs
Popular Unity Candidacy (Pro indep.)   336.292  8,21 % 10 MPs
Democratic Union (Self-determination) 102.835  2,51 % 0 MPs

Turnout: 77,44 %

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venerdì 25 settembre 2015

Domenica in Catalogna, un salto nel voto

Domenica 27 settembre si vota per il Parlamento catalano (Parlament de Catalunya). Elezioni anticipate di oltre un anno, la legislatura sarebbe finita solo nel Natale 2016, annunciate lo scorso gennaio dal presidente dell’autonomia catalana Artur Mas – in una irrituale conferenza stampa coi soci di governo e la presidente dell’Assemblea nazionale catalana (Anc), motore della mobilitazione civica indipendentista. Elezioni nate per cavalcare l’onda nazionalista e convertite, almeno dallo scorso febbraio, quando venne dichiarato incostituzionale il referendum promosso dalla piattaforma indipendentista, in un plebiscito sull’indipendenza della regione. Un voto che, secondo i sondaggi, confermerà l’egemonia sovranista della politica catalana ma che, a seconda degli scenari parlamentari che usciranno dalle urne, ne metterà anche alla prova i fondamenti.


La radicalizzazione indipendentista ha ridisegnato il panorama politico, rompendo i classici schemi destra/centro/sinistra (seppur in un contesto in cui forte è l’afflato nazionalista), per rimodellare il quadro in tre fronti: i nazionalisti, favorevoli a una dichiarazione unilaterale di indipendenza; i favorevoli al «diritto a decidere» da parte dei catalani ma non alla secessione; il fronte nazionalista-centralista e comunque contrario a ogni tipo di consultazione popolare e modifica dello status quo. Una rottura politica ma anche della rappresentanza sociale, come dimostrano le preoccupazioni riguardo più volte espresse dalla Confindustria catalana e da altre organizzazioni storicamente vicine ai partiti nazionalisti moderati.
L’arcivescovo di Valencia, Antonio Cañizares, ha addirittura scritto una lettera pastorale in cui invita tutti i cattolici a «pregare per la Spagna e la sua unità». Mentre, a sinistra, i socialisti si sono divisi sulla questione, avvitando il partito nelle lotte intestine e rendendolo incapace influire sull’agenda politica, e Podemos, come già Izquierda unida e i Verdi, ha avuto difficoltà a svincolarsi dalle parole d’ordine nazionaliste che dominano i ragionamenti delle sinistre catalane.
Il fronte indipendentista si presenta con due liste, Junts pel Sí (JxSÍ) e Candidatura d’Unitat Popular (Cup). La prima è una coalizione che unisce i partiti che formano il governo regionale, Convergència Democràtica de Catalunya (Cdc), del presidente Mas, e Esquerra Republicana de Catalunya (Erc). La Cup è un piccolo partito di estrema sinistra nazionalista, molto cresciuto recentemente (i sondaggi prevedono il triplicamento di voti e consiglieri) grazie all’apprezzata leadership di David Fernández che è riuscito, nel dibattito pubblico dominato dalla questione nazionale, a attrarre l’elettorato di Erc deluso dalle politiche di austerità e tagli del welfare portate avanti dal governo autonomico, pur costruendo con le forze di governo un percorso comune per arrivare all’indipendenza.
Il secondo fronte comprende il Partit dels Socialistes de Catalunya (Psc),che candida il segretario Miquel Iceta, reduce da aspri momenti di conflittualità interna proprio sull’indipendenza, numerosi abbandoni e risultati elettorali in continua discesa. Poi, ma secondo i sondaggi sarebbe la prima lista di questo fronte, c’è Catalunya Sí que es Pot (Catalogna Sì che si può),coalizione formata da Podemos, Iniciativa per Catalunya – Verds (ICV), Esquerra Unida i Alternativa (EUiA) e Equo – sul modello della lista Barcelona en Comú che ha eletto la sindaca della capitale catalana, Ada Colau. Infine c’è Unió Democràtica de Catalunya (UdC), che prima era alleata di Convergència nella lista Convergència i Unió (CiU).
Il terzo fronte è composto dal Partido poular (Pp) e da Ciudadanos (C’s),l’altra formazione nuova che sta scompaginando gli equilibri politici spagnoli, questa volta a destra.
Il voto, secondo l’intenzione della coalizione di governo, e i sondaggi accreditano la scommessa, premierà il fronte indipendentista. Nell’ultimo anno sono però successe molte cose, dovute sia all’inasprimento della questione nazionale che al sorgere di nuove opzioni politiche, e, oltre alla contrapposizione sull’indipendenza, altri conflitti si muovono tra e dentro le coalizioni. Innanzitutto c’è stata la rottura di CiU, la coalizione ultradecennale tra i liberali della Cdc e i cattolici nazionalisti dell’Udc. Il partito guidato da Josep Antoni Duran i Lleida ha mal digerito l’accelerazione indipendentista dell’ex alleato e si presenterà con una propria lista e un candidato, coll’intenzione di intercettare i voti del catalanismo moderato ostile ad avventurismi. Un altro accesissimo scontro è quello fra Cdc e Erc per l’egemonia del nazionalismo catalano, provvisoriamente messo da parte col varo della lista comune ma sempre vivo sotto la facciata unitaria. Poi c’è il confronto tra i partiti storici, Psc e Pp, e le nuove formazioni figlie della crisi del sistema dei partiti.
Se i socialisti vedono continuare l’emorragia di voti verso Podemos, e quindi verso la coalizione di cui fa parte, i popolari catalani sembrano addirittura travolti da Ciudadanos, la formazione degli «Indignati di destra» che, secondo i sondaggi, prenderebbe il doppio dei voti del Pp. Questo il quadro disegnato dagli istituti di ricerca che però, oltre alla verifica delle urne (alto è il numero degli indecisi e diversi sondaggisti ritengono che quasi la metà di loro, che potrebbe mobilitarsi, sia per il no alla secessione, mentre i favorevoli sarebbero attorno al 20%), merita qualche altra considerazione.
A partire dai nuovi partiti, Ciudadanos e Podemos. I primi sembrano godere dell’afflusso imparabile dei voti del Pp, Malgrado inciampi e contraddizioni, l’offerta di un voto alternativo a quello popolari sembra solidissima nel gradimento degli elettori. Ciudadanos, nata come formazione di sinistra moderata catalana contraria all’indipendentismo inizialmente rivolta ai delusi socialisti, promossa da una stampa intenzionata a limitare la crescita di Podemos, si è rapidamente imposta come alternativa nazionale allo screditato Pp, ha occupato il nuovo spazio politico e potrebbe essere il secondo partito. Podemos, invece, sembra subire una battuta d’arresto. Nella realtà politica catalana, il non nazionalismo ha frenato i favori di un’opinione pubblica abituata ormai a pensare la politica in termini nazionalistici.
Anche la scelta della sindaca Ada Colau di non schierare la città sul fronte indipendentista, come fatto invece da decine di comuni catalani, è costata qualcosa in termini di gradimento. Una leadership locale poco contundente e, paradossalmente, la stessa debolezza dei socialisti, principale serbatoio elettorale per i viola, contribuiscono alle difficoltà catalane della creatura di Pablo Iglesias. Di contro, proprio l’irruzione di Podemos sulla scena politica ha messo in crisi il monopolio del discorso politico da parte nazionalista, imponendo la questione sociale e un ritorno a una più classica dialettica destra-sinistra che rompesse, non senza difficoltà, la gabbia in cui si è chiusa la politica catalana.
I giochi sono dunque fatti, con la vittoria dell’attuale compagine di governo e la sconfitta non solo della destra ma anche delle sinistre non nazionaliste? Fino a un certo punto. I sondaggi parlano di una maggioranza della coalizione di JxSÍ ma non di una certa maggioranza assoluta. Se la questione nazionale ha dominato il discorso pubblico e i programmi dei partiti, utilissima per la dirigenza nazionalista catalana per attenuare l’eco dell’ondata di scandali che l’ha travolta, questa potrebbe essere messa alla prova dopo il voto. Se non trovasse la maggioranza assoluta, JxSÍ potrebbe formare una maggioranza di governo con la Cup ma il pressing di Podemos e della sinistra potrebbe rendere alla Cup impossibile l’adesione al progetto, sia organicamente che con un appoggio esterno. Come giustificare davanti a un elettorato sì nazionalista ma estremamente sensibile alle questioni sociali l’appoggio a una maggioranza che ha risposto alla crisi con tagli del welfare e privatizzazioni?
Se le elezioni locali hanno sempre un senso particolare, ancor più ciò è valido in Catalogna. Non è questo il terreno per un rilancio del Pp, che vede avvicinarsi le prossime politiche del 25 dicembre con sempre maggiore preoccupazione, né per i socialisti. La Spagna si conferma come uno dei laboratori politici europei più vivaci, quello in cui le offerte politiche alternative conseguenti alla crisi dei partiti si sono presentate da subito non come compagini populiste e testimoniali ma come forze di governo, senza temere di allearsi coi partiti, come il Psoe, che pure hanno duramente criticato e per il cui superamento sono nate. Fornendo strumenti alla cittadinanza e stimolando, inoltre, la necessità per i partiti storici di ricostruirsi una credibilità. A livello nazionale la situazione è diversa. Secondo gli ultimi sondaggi il Psoe sarebbe il primo partito (con neanche il 25% dei voti) e Podemos il terzo, dietro al Pp e davanti a C’s. In un quadro estremamente frammentato che renderà necessaria la formazione di una coalizione di governo. Sia a destra che a sinistra. Ma tre mesi sembrano un futuro lontanissimo, nell’era del cambiamento della politica, e ora la parola sta agli elettori catalani.
(Tratto da Ytali.it)

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sabato 11 aprile 2015

Spinte Autonomistiche e Referendum: Il Caso Catalogna

Spinte Autonomistiche e Referendum: Il Caso Catalogna. Roma: 27 ottobre h 15.30. La professoressa Maria Elena Cavallaro, Docente di Storia delle Relazioni Internazionali, IMT Lucca, sarà una delle partecipanti al convegno che si terrà il prossimo 27 ottobre alle 15.30 al Centro Studi Americani.

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lunedì 23 marzo 2015

La persecuzione politica di un giudice catalano

I giudici e magistrati spagnoli sono organizzati in svariate associazioni professionali, giacché per legge non possono apppartenere a nessun sindacato. Queste associazioni hanno assunto il ruolo tradizionale di proteggere i diritti e le condizioni di lavoro dei giudici. Però il carattere ideologico dei giudici all'interno di queste organizzazioni è molto marcato e presente. La principale associazione per numero di affiliati è di tendenza conservatrice e vicina al Partito Popolare, che governa attualmente in Spagna. L’associazione più affine al pensiero socialdemocratico, di carattere progressista e sociale, raggruppa i suoi affiliati sotto il nome di giudici per la Democrazia e rappresenta solo il 10% dei 5.700 giudici spagnoli.



Santiago Vidal è un giudice catalano specializzato in diritto penale, e magistrato dell'Audienza Provinciale di Barcelona con una lunga e riconosciuta traiettoria professionale. Inoltre è professore di diritto penale e criminologia all'Università Autonoma di Barcelona. Si è convertito in una personalità mediatica, specialmente in Catalogna, dal momento che oltre a essere stato portavoce dell’Associazione dei giudici per la Democrazia in Catalogna durante molti anni, ha spiccato per il carattere progressista di sentenze dettate contro la discriminazione razziale o sessuale e per la protezione ai minori. D'altro lato, è stato un fermo difensore dell'uso del catalano nella magistratura, con diverse pubblicazioni al riguardo, un tema molto rilevante in Catalogna. Ed è, inoltre, un dichiarato difensore del diritto d'autodeterminazione e dell'indipendenza della Catalogna.


Però oggigiorno il giudice Vidal non può più esercitare la sua professione di giudice. Lo scorso 26 febbraio è stato sanzionato dal Consiglio Generale del Potere Giudiziale (CGPJ), l’organo di governo della giustizia spagnola, con una sanzione d'inabilitazione dallo stipendio e dal lavoro per tre anni. 

Il motivo del severissimo castigo applicato è che il giudice Vidal ha liderato un gruppo di lavoro (formato anche da altri giudici che rimangono anonimi per evitare rappresaglie e da giuristi dell’ambito accademico) che ha redattato in forma congiunta una bozza di costituzione d’una eventuale Repubblica Catalana. Si accusa il giudice Vidal d’una colpa disciplinaria molto grave di vulnerazione del dovere di lealtà verso la Constituzione spagnola e di slealtà al Regno di Spagna, per plasmare in un testo i suoi pensieri e convinzioni in forma di una ipotetica costituzione e per partecipare pubblicamente in atti a favore dell'indipendenza della Catalogna.

Questa decisione contiene una evidente motivazione politica e repressiva contro pensieri affini all'indipendenza della Catalogna. È necessario sottolineare che il CGPJ non è un organo indipendente del potere politico, giacché 20 dei suoi 21 membri sono scelti dal potere legislativo, il Congresso dei Diputati e il Senato spagnolo; perciò i rappresentanti di tendenza conservatrice e vicini all’attuale Governo di Spagna sono la maggioranza nel CGPJ. Risulta paradossale che questa sanzione di tipo politico provenga dal CGPJ, organismo la cui funzione principale è precisamente quella di garantire l'indipendenza dei giudici e magistrati di fronte agli altri poteri dello Stato. Il risultato della votazione dei membri del CGPJ è stato molto controverso e riflette l’allineamento ideologico dei suoi membri: 12 a favore (conservadori e nominati dal Partito Popolare) e 9 contro (progressisti e nominati dagli altri partiti, PSOE, IU e PNV). Un giudice è stato sanzionato per esprimere la propria ideologia politica nell'ambito della libertà d’espressione, da altri giudici che hanno votato in modo unanime secondo il proprio posizionamento ideologico e il posizionamento politico dei partiti che li hanno nominati nel CGPJ, contradizione che è un vero sproposito in se stessa. Oggi più che mai, possiamo dire che la separazione di poteri non esiste, che il pensiero di Montesquieu rimane lettera morta in Spagna.

A nulla è servito che la redazione della bozza di costituzione catalana sia stata un esercizio intellettuale di creazione giuridica, realizzata su iniziativa propria dei redattori, senza essere stata incaricata da nessuno, senza che sia destinata a un qualsiasi uso concreto o di assessoramento per una qualsiasi entità pubblica o privata e senza aver ricevuto una retribuzione di qualsiasi tipo. A nulla è servito che sia stata elaborata nel più stretto ambito privato, particolare e personale del cittadino Vidal, fuori dall'orario di lavoro, senza che abbia interferito in nessun caso con l'esercizio dell'eccellente mansione professionale che gli viene riconosciuta. 

Questa sanzione risulta essere una persecuzione inquisitoriale di tipo politico, che attenta ai diritti fondamentali del giudice e cittadino Vidal, che attenta ai diritti di pensiero, d’opinione e d’espressione che sono riconosciuti dalla stessa Costituzione spagnola, dalla Carta dei Diritti Fondamentali della UE e dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Inoltre questa sanzione attenta anche al diritto di creazione giuridica del giudice Vidal.

La stessa organizzazione di Giudici per la Democràcia, che non si può considerare per nulla indipendentista né catalanista (è una associazione di giudici di tutto il territorio spagnolo), ha considerato che la sanzione per il fatto di esprimere determinate opinioni non ha precedenti nella Spagna democratica, che risulta del tutto sproporzionata e che ci riporta ai peggiori momenti di intolleranza istituzionale verso le opinioni aliene (ai tempi della dittatura franchista), secondo quanto emerge da un comunicato dello scorso 12 febbraio che si può consultare nella web di questa associazione.

La politicizzazione del sistema giudiziale spagnolo è un fatto riconosciuto. Lo scorso 11 marzo di quest'anno la Comissione Europea per l’Efficacia della Giustizia (Cepej) ha pubblicato uno studio sulla qualità del sistema giudiziale europeo. Secondo questo studio, la Spagna è il terzo paese della UE in cui la percezione dell'indipendenza giudiziale rispetto agli altri poteri è più bassa. La Spagna ha ottenuto una qualificazione di 3,2 nella percezione della indipendenza giudiziale nel 2013/2014, che comporta un peggioramento rispetto al 4,0 ottenuto nel 2013/2012 e il 3,7 del 2012/2011. D'altro canto, la Spagna occupa il posto 97 nel ranking internazionale che analizza la situazione di 144 paesi.

Non c'è dubbio che il giudice Vidal, che si caratterizza per il suo spirito di giustizia e di lotta, ricorrerà a tutte le istanze possibili, fino ad arrivare, se necessario, al Tribunale Europeo dei Diritti Umani di Strasburgo, dove lo Stato spagnolo è stato condannato negli ultimi anni troppe volte per non rispettare i diritti fondamentali dei suoi cittadini.

Leggere in inglese, francese e spagnolo
Traduzione di Paolo Pellegrino

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sabato 24 gennaio 2015

Gli accelerati

La velocità con la quale ha agito il Tribunale Costituzionale contro la volontà di votare dei catalani è molto sospetta. Soltanto al nervosismo e alla debolezza possiamo attribuire questo lavoretto di fine settimana, questo Consiglio di Stato riunito al buio, e questo Costituzionale al soldo del padrone, con la villania che implica tanto servilismo e disprezzo verso la separazione di poteri. Montesquieu pare il nome di una casa di tolleranza più o meno “fine”, con puttane di quelle che sanno un poco di francese e si vantano di essere andate a letto con un ministro o con il nipote di un vescovo dell’Opus Dei. Tutto quello che sanno di democrazia lo hanno imparato in un film di orrore di seconda scelta. Sanno che la legge è loro, e che soltanto ci rimane la possibilità di tacere e di obbedire, continuare a lavorare e a pagare le tasse, e ringraziarli perchè ci lasciano parlare in catalano con la suocera o scrivere poesie in un blog.

La cosa più vergognosa è che ci rimane soltanto l’ironia. Quelli del PP segnandosi i nomi dei deputati insorti. Ci sono dei consiglieri del PP che hanno minacciato di morte al Presidente Mas, ma su questi non indaga nessuno. E buona notte.
La gravità di tutto questo è agghiacciante, e non per essere previsibile risulta meno grottesca. Non ci lasciano votare. Vedo che la prendiamo con calma. Buon lavoro. Gli altri, invece, stanno addestrando i cani della polizia per trovare l’odore di urna di cartone. Possesso illegale di schede di voto. Apologia del diritto di voto. Appropriazione indebita di speranze liberali. Traffico di propaganda elettorale. I reati della nuova Spagna (qui tutto quello che non è obbligatorio è vietato. Tutto quello che non è illogico è illecito). Quelli che sognano una Terza Via vadano prima a scuola di teatro.

Quando in democrazia c’è un tabu, non si è un democratico onesto. Un democratico deve essere disposto a parlare di tutto, almeno di tutto quello che non superi i limiti dei diritti umani. Rispettando le libertà civili, tutto è passibile di dibattito e di voto. Quando una idea diviene sacra —la Spagna e la sua unità— non si è pienamente democratico. Al di sopra di ogni dibattito oscilla la Spagna come un ente intoccabile. E no.
La legalità serve per soffocare la legalità, perchè c’è la legge del padrone, e al servo rimane soltanto il capriccio, la manifestazione e abbassare il capo sotto la pioggia. Questo è quello che vogliono: la Spagna è loro, e soltanto si rompe a modo loro, non al vostro. La mancanza di finezza, d’intelligenza pratica, de previsione liberale è impressionante. Governano uno Stato democratico come se si trattasse di una vecchia teocrazia o di un regime di tiranni (che giocano a far paura è ormai indubbio).
Il franchismo fu obbligato a giurare una costituzione democratica, ma il franchismo vive, fatto briciole indigeste e distribuite in tutte le cucchiaiate di questo brodo infame, in questa zuppa unta di questa Spagna senza generosità, senza apertura mentale e senza saper trattare amabilmente.

Ancora c’è qualcuno che pensa che questo si possa sistemare? Aspettano da noi la capitolazione, la nostra sconfitta, che ci stanchiamo o che ci dividiamo. Vedono la Catalogna come il loro cavallo campione, come una proprietà bella e lucente, non come un paese con personalità propria, con una storia singolare e con volontà di autonomia. Ci trattano come se tutto quanto fosse frutto di una febbre alta, e ci mettono il bavaglio, e malgrado ciò, sperano di ricostruire i ponti. Ma come è possibile che, dopo questa sospensione —un vero affronto, forse il più grave in una lunga lista di torti— si pretenda che i catalani si sentano a proprio agio in Spagna?
Potrà essere il 9N o qualsiasi altro giorno: ma la separazione è compiuta, la indipendenza è già proclamata a livello informale, la rottura non ha più rimedio: ci manca solo redigere le carte e firmarle e trovare l’oportunità per farlo senza rompere gli oggetti di valore. Ma, adesso si, l’indipendenza è inevitabile.
Prima c’è la separazione; dopo arriva il divorzio. Questo non si ferma più, anche se lo fermassero in qualche modo con la forza delle carte, delle toghe o dei tricorni. La minoranza sta digerendo male questa pressione verso lo stato proprio. Difesi dalle toghe malandate della Spagna, mordono forte, e ogni giorno si affilano i denti con più amarezza e disperazione.
Fa un pò pena questo continuo appello alla costrizione legale, l’invocazione al Codice Penale e alla repressione, qualunque cosa per far tornare gli uccellini catalani nella gabbia spagnola. Si scudano nella legalità ma qui stiamo parlando di forza. Si sta faccendo politica con altri mezzi. Si sta parlando delle leggi come se le leggi fossero la verità, la scienza pura: e se ciò non combacia con la Costituzione non importa. Ma qualcuno spera che questo possa servire a fermare qualcosa?
Bisogna essere molto illusi per pensare che l’interpretazione parziale di leggi anomale serva a limitare una aspirazione politica che si abbevera su principi precedenti a qualsiasi costituzione o regola.
Noi continuiamo a provarci. Salute.
Singular.cat - Melcior Comes


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giovedì 15 gennaio 2015

Elezioni anticipate in Catalogna il 27 settembre 2015

Si è arrivati a un accordo tra CiU (Convergència i Unió) è ERC (Esquerra Republicana de Catalunya) per le elezioni anticipate in Catalogna, che si terranno il 27 settembre 2015. Lo ha confermato Artur Mas, governatore della Catalogna. Artur Mas, il leader di la coalizione CIU, che lotta per l’indipendenza della Catalogna, ha dichiarato che hanno raggiunto un importante accordo con i partiti catalani e le organizzazioni della società civile per garantire la vittoria in Catalogna.

Normalmente, la Catalogna dovendo andare alle elezioni nel 2016, nel corso degli ultimi 2 anni a causa della pressione delle manifestazioni pro-indipendenza e il informale elezioni plebiscito del 9 novembre è stato costretta a indire degli elezioni anticipate pèr ben due volte. Nel informale elezioni plebiscito, circa 2 milioni catalani hanno participato ed il 80% del loro hanno dato i parere sula pro-indipendenza della Catalogna.

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sabato 10 gennaio 2015

Catalogna, verso il “partito unico” indipendentista

Il presidente catalano Artur Mas starebbe aumentando i contatti con la Sinistra Repubblicana (Erc), obiettivo:  una lista unica che contenga le realtà indipendentiste nell’ipotesi di una chiamata alle urne prima della scadenza naturale. Secondo El Pais, Mas avrebbe ammesso di essere “stordito” e “scioccato” dalla resistenza mostrata proprio da Junqueras, che chiede elezioni anticipate ma vuole che il suo partito si presenti con una lista autonoma, per fare in modo che il fronte indipendentista intercetti una quota maggiore dell’elettorato.
Mas invece ha assicurato che Convergenza e unione (Ciu) si sta “muovendo” per unire le piattaforme secessioniste che reputano irrinunciabili le elezioni anticipate per evitare il fallimento del processo indipendentista. Secondo il quotidiano spagnolo, Muriel Casals, leader di Omnium Cultural, sarebbe disposta ad approvare la lista di Mas, mentre Junqueras ha affermato che l’accordo con Mas sarebbe oramai prossimo. Un patto, quello dell’unione delle realtà secessioniste, per “ottenere una maggioranza indipendentista definitiva”. In un secondo commento pubblicato su internet, il leader repubblicano ha dichiarato che “Erc non pone alcuna condizione agli esponenti dell’indipendentismo che si uniscono alle liste né ai rappresentanti della società civile che vogliono aderire”. Martedì  prossimo, dopo la riunione del suo governo, potrebbero essere annunciate, ma anche no (!) elezioni anticipate.

L'Indipendenza nuova

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martedì 23 dicembre 2014

Meglio piccoli

Ci sono dieci banche al mondo che sono considerate il cuore del sistema finanziario globale e una di queste è il Crédit Suisse. Si tratta di una delle istituzioni bancarie più riconosciute al mondo e ha superato la crisi con meno problemi rispetto ad altre banche del suo livello. E’ una delle grandi, lo dico per sottolineare quello che hanno detto e che non dovremmo trascurare.
Il servizio di ricerche del Crédit Suisse ha reso pubblico uno studio sul successo dei paesi piccoli e lo ha fatto incorporandoci la Scozia, la Catalogna e le Fiandre, simulando come saremo quando diventeremo indipendenti. Il risultato non lascia spazio a dubbi o a speculazioni sui vantaggi dell’indipendenza. Non dobbiamo neanche tralasciare che, come dicono loro stessi, il motivo di questo studio è la valutazione di quello che potrebbe succedere se la Scozia e la Catalogna fossero indipendenti.
Nel nostro caso concreto, una Catalogna indipendente andrebbe ad occupare la posizione numero venti nel range di eccellenza che si basa sull’indice di sviluppo umano. L’aspetto interessante che dobbiamo sottolineare è che l’attuale stato spagnolo (con la Catalogna inclusa) occuperebbe la posizione ventitreesima ma lo stato spagnolo senza la Catalogna cadrebbe in picchiata fino alla trentesima posizione. Sette posti più giù di colpo.
Margallo (il ministro degli Affari Esteri) continua a dire che la Spagna va bene, che la Catalogna è un disastro e che, senza di loro, noi galleggeremo nello spazio siderale. Bien sûr…

Vicent Partal

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giovedì 18 dicembre 2014

ERC, sì a Finanziaria per 'road map' indipendenza

Esquerra Republicana de Catalunya (ERC) ha presentato emendamenti parziali alla Finanziaria 2015 elaborata dall'esecutivo di Convergència i Unió (CiU) di Artur Mas, ma non un emendamento alla totalità, come quelli presentati da tutti i gruppi dell'opposizione, per non compromettere i negoziati sulla 'road map' indipendentista. 

Il deputato catalano Pere Aragonès ha dichiarato che "non è un assegno in bianco" quello dato all'esecutivo, che comunque consentirà al documento contabile di iniziare l'iter parlamentare.

Il diputato non ha risparmiato le critiche alla Finanziaria:"non ha nulla a che vedere con il programma annunciato da Artur Mas e non contiene un impegno deciso per le strutture di Stato (...) non si tratta dei bilanci di previsione di uno stato in costruzione, ma di quelli di un'autonomia in agonia". 

Intervista di Help Catalonia a Pere Aragonès: Spagnolo è Catalano

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